
Pubblicato originariamente su Milano Finanza, 3 settembre 2025
Recenti studi della London School of Economics mostrano come la Brexit abbia trasformato il commercio britannico. Prima del 2021 l’impatto era stato in parte sospeso: molte imprese avevano semplicemente atteso prima di capire quali regole sarebbero effettivamente state applicate. Con l’entrata in vigore, a inizio 2021, dell’accordo di commercio e cooperazione (Tca) tra Regno Unito e Unione Europea il cambiamento è stato immediato.
Le esportazioni verso l’Ue sono calate soprattutto per le pmi, che hanno faticato a stare al passo con le nuove barriere. Le aziende più grandi hanno assorbito meglio i costi aggiuntivi e si sono dimostrate più resilienti. Nel complesso, le esportazioni britanniche sono calate di circa il 6,4% dall’entrata in vigore del Tca. Anche le importazioni dall’Ue sono scese. Sebbene molte aziende abbiano spostato le catene di fornitura altrove nel mondo, ciò non ha compensato le perdite nelle relazioni commerciali con l’Europa.
Il quadro è però meno negativo del previsto. Grandi esportatori e importatori globali si sono adattati, assorbendo gran parte dell’impatto economico aggregato. Questa resilienza suggerisce che il costo economico della Brexit potrebbe, per ora, essere inferiore ai timori iniziali. Lo studio avverte che gli effetti di lungo termine su servizi, occupazione e produttività restano incerti.
La Brexit aveva promesso al Regno Unito la libertà di una presenza globale per costruire nuovi mercati al di là dell’Europa, ma recenti ricerche mostrano che ciò non è accaduto, almeno per i servizi, fiore all’occhiello dell’economia britannica, che rappresentano circa l’80% del pil.
Il Tca ha introdotto ostacoli significativi per le imprese di servizi, da barriere regolamentari a limiti sugli investimenti transfrontalieri. Di conseguenza, le esportazioni di servizi verso l’Ue sono diminuite bruscamente, con un calo medio del 15,8% nei mercati direttamente interessati. Al tempo stesso non vi è evidenza che i mercati extra-Ue abbiano compensato questa perdita, tanto che le esportazioni di servizi britanniche risultano inferiori di circa il 4-5% rispetto ai principali concorrenti globali.
In breve, a oggi la spinta della Brexit verso un’autonomia regolamentare non ha portato nuove opportunità nei servizi, ma solo nuove frizioni. Che fare ora? Un insieme di politiche per riallineare il Regno Unito al suo principale partner commerciale dovrebbe includere almeno il riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali, un accordo sulla mobilità giovanile e lo snellimento del regime Iva e dogane.
In altre parole, un riavvicinamento alla Ue sembrerebbe la migliore soluzione per un recupero di competitività dei servizi. E nonostante recenti sondaggi indichino che nel 2025 il sostegno al rientro nell’Ue si aggiri intorno al 55-60%, un pieno ritorno rimane lontanissimo: con il Labour party al governo, guidato da una forte volontà di «far funzionare la Brexit», i Conservatori che si oppongono anche solo a riaprire la questione e il Reform Party, oggi in testa ai sondaggi nazionali, che non intende prendere l’ipotesi in considerazione.
Con solo i liberal-democratici a sostenere un rientro graduale, economisti e associazioni imprenditoriali suggeriscono un approccio più pragmatico: accordi settoriali, allineamento regolamentare e forse un ritorno parziale al mercato unico, come percorso realistico verso una rivisitata forma di reintegrazione con l’Ue. Come sostiene Russell Jones in The Tyranny of Nostalgia, si inizia a fare scelte migliori quando si prende coscienza degli errori passati: difficile dire oggi a che punto siamo.


